Un sasso è caduto in un bicchiere colmo d’acqua e l’acqua è traboccata sulla tovaglia. Tutto qui. Solo che il bicchiere era alto centinaia di metri e il sasso era grande come una montagna e di sotto, sulla tovaglia, stavano migliaia di creature umane che non potevano difendersi. (Dino Buzzati, Corriere della Sera, 11 ottobre 1963)
Questo non è un articolo facile da scrivere. Scrivo, cancello e riscrivo continuamente, non trovando le parole adatte per raccontarvi quella che è di fatto una delle più grandi catastrofi ambientali e umane avvenute in Italia. Non siamo soliti visitare i luoghi delle tragedie, ma qui è diverso: dietro alle migliaia di vittime che la diga ha causato c’è una storia di interessi, di colpe rimaste impunite e di errori causati dal dio denaro dai quali ancora non abbiamo imparato nulla.Ci sembra quindi doveroso consigliarvi di farci un salto, di passeggiare tra i luoghi testimoni di questa catastrofe e di lasciarvi spiegare tutta la storia dagli informatori della memoria, le guide esperte con cui è possibile percorrere il coronamento della diga e che ogni giorno si impegnano affinché tutti possano comprendere e non dimenticare cosa accadde qui.
Vi suggeriamo anche di iniziare a informarvi prima della partenza, guardando film e documentari (ad esempio il video dello spettacolo “la tragedia del Vajont” di Marco Paolini).
Solo in questo modo, quando arriverete nei pressi della diga, vi renderete subito conto che starete camminando e parcheggiando su quello che una volta era il bacino d’acqua, ora interamente sostituito dalla massa di terra staccatosi dal monte Toc, e che la lunga spaccatura nella montagna, altro non è che il fronte di 2 chilometri della frana! Credetemi, mette i brividi trovarsi di fronte a uno scenario simile!

9 ottobre 1963. Ore 22.39.
260 milioni di metri cubi di terra si staccano dal Monte Toc alla velocità di 65 km/ora nel giro di soli 40 secondi. La frana muove 50 milioni di metri cubi d’acqua e l’energia sprigionata dall’impatto è il doppio di quella della bomba atomica di Hiroshima. Si alza un’onda di 250 metri: una colonna d’acqua che sfiora Casso ed Erto, paesi arroccati sulle sponde del bacino idrico. A Casso l’onda tocca la scuola elementare, situata nella parte più bassa del borgo, mentre detriti lanciati dalla forza dell’impatto sfondano il tetto della chiesa. Erto viene risparmiata solo grazie a uno sperone di roccia che devia l’onda, limitando così i danni. Tutte le abitazioni degli operai che invece si trovavano sul bordo del bacino vengono spazzate via in pochi secondi.
L’altra metà dell’onda scavalca la diga e precipita a valle preceduta da un vento fortissimo, spazzando via 5 paesi nel giro di soli 4 minuti: Longarone, Pirago, Rivalta, Villanova e Faè.
1910 vittime accertate, di cui 487 bambini, ignare del pericolo e rassicurate da chi aveva il compito e il dovere di proteggerle.

Ora non voglio entrare nei dettagli della vicenda perché ci sono testi, libri e documentari in cui viene spiegata molto meglio di come potrei fare io, ma giusto per darvi un’idea ecco una piccola parentesi storica:
La diga venne progettata dall’ingegner Carlo Semenza, su commissione della SADE (società adriatica per l’energia elettrica). I primi sopralluoghi del 1940 individuarono nella valle del Vajont il luogo ideale per costruire quella che all’epoca era la diga più alta del mondo con i suoi 262 metri di altezza, una “banca dell’acqua” di 170 milioni di metri cubi! Venne costruita tra il 1957 e il 1960, tra polemiche inascoltate per l’esproprio di case e terreni degli abitanti della valle e per l’alto rischio idrogeologico di questa zona, non adatta a contenere un serbatoio d’acqua così grande. I campanelli d’allarme furono numerosi: il geologo Muller era infatti riuscito a individuare il fronte della frana ma le sue perizie finirono chiuse in un cassetto. Seguirono molteplici scosse sismiche durante le prove di invaso e persino una frana di 700 mila metri cubi nel novembre 1960. Ma la Sade proseguì con i lavori, correndo un rischio annunciato, fino alla tragica notte del 9 ottobre 1963.
Dal punto di vista ingegneristico però non le si può proprio dire nulla. Lei è ancora li; in piedi, maestosa, con solo due crepe!

COME VISITARE LA DIGA E I LUOGHI DELLA MEMORIA
La diga si trova sul confine tra Veneto e Friuli Venezia Giulia, immersa nello spettacolare scenario delle dolomiti friulane. Raggiungerla è semplicissimo: uscite dall’autostrada a Belluno e proseguite poi fino a Longarone su comoda statale. Da qui con una serie di tornanti si sale in pochi minuti fino alla diga.
Ci sono 3 ampi parcheggi, tutti a 2€ all’ora. Potete fermarvi anche solo per una fotografia veloce ma noi vi consigliamo di prendervi del tempo e di fare, al costo di 7 euro, una visita guidata che include il percorso sul coronamento della diga. Lo sconsigliano a chi soffre di vertigini ma nonostante l’altezza, lassù, l’unica sensazione che provi è di tristezza mista a rabbia per tutto quello che è successo.
Il biglietto si può acquistare al punto informazioni del primo parcheggio dopo la galleria ma questo periodo post covid le visite guidate si effettuano solo su prenotazione e potete prenotare e acquistare il vostro biglietto da questo sito.
A questo link invece trovate tutte le informazioni sugli orari di visita.
Per una visita completa della zona vi consigliamo poi di salire fino a Casso. Da qui la diga si vede solo in lontananza ed è impressionante pensare che quella notte l’acqua ha sfiorato il paese, situato 300 metri più in alto rispetto alla diga!
Proseguite poi fino ad Erto per passeggiare nelle vie del centro storico. Sia Erto vecchia, sia Casso sembrano ora dei paesi fantasma; come se il tempo si fosse fermato al 1963. Pochi bar aperti, un albergo diffuso, qualche turista qua e là e scritte contro la Sade sui muri. Vi lasciamo questo link per spunti e consigli su cosa vedere in questa zona.
Poco fuori il centro storico di Erto ci siamo imbattuti in questo traliccio della corrente piegato dalla forza dell’acqua.
Tornando verso Longarone ci siamo invece fermati nella frazione di Pirago, dove della sua chiesa è rimasto in piedi solo il campanile.

Non abbiamo fatto in tempo a visitare il museo di Longarone, ma siamo comunque riusciti a fermarci al cimitero monumentale di Fortogna. Un pugno allo stomaco vedere tutti quei 1910 cippi bianchi, con nome ed età delle vittime. Tanti, troppi, bimbi piccolissimi di pochi mesi.
All’ingresso c’è anche una piccola mostra fotografica e un’esposizione di reperti storici tra cui orologi, oggetti personali e documenti della Sade.
Infine per completare il nostro itinerario della memoria, abbiamo raggiunto la vicina diga di Pontesei. Qui ci fu un’anticipazione del disastro del Vajont, quando nel 1959 una frana di 3 milioni di metri cubi alzò un’onda che uccise un uomo, il sorvegliante del cantiere. Camminare sul coronamento di questa diga e pensare che sarebbe bastato prendere esempio da questo incidente per evitare la tragedia del Vajont aggiunge ancora più rabbia e tristezza a quella già accumulata durante la giornata.
“prima il fragore dell’onda, poi il silenzio della morte, mai l’oblio della memoria”
